Gli errori comunicativi dello spot governativo contro l’omofobia
Quello che vedete qui sopra è lo spot video presentato questo pomeriggio dal ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, e dedicato alla lotta contro l’omofobia.
Mi esimo dal dare valutazioni sull’operato del Governo nei confronti degli omosessuali. Quello che mi preme fare, piuttosto, è analizzare questo spot dal punto di vista comunicativo e spiegare perché questo video è assolutamente deleterio e inadatto per la causa in favore del quale è stato realizzato. Ne parlo in questa sede, e non sul mio blog personale, proprio perché la comunicazione del rispetto per le diversità è – per quanto mi riguarda – uno degli aspetti più importanti fra quelli che saranno trattati all’interno del GayCamp della prossima primavera. Ma torniamo allo spot.
Come dicevo, questo spot è mal concepito. Per tutta una serie di ragioni, che vanno a intrecciarsi fra loro in un pericoloso effetto domino…
- L’ambientazione – La prima cosa che viene da pensare, guardando il video, è: “Che lugubre!”. L’ambulanza, la notte, il suono della sirena all’inizio dello spot; i corridoi (vuoti) dell’ospedale e il rumore della barella, poi; e, per finire, la sala operatoria: buia, buissima. Tutto dà una sensazione di urgenza, di claustrofobia, di mancanza di alternative.
- Gli attori - Ci sono due gruppi distinti di personaggi in questo spot: i potenziali omofobi (la ragazza malata e il suo partner, a cui potrebbe o non potrebbe “importare” la sessualità di chi la cura) e i potenziali omosessuali. Il casting, in questo caso, mi pare quanto meno bizzarro: i primi sono di bell’aspetto, sia il ragazzo (di cui si coglie solo il profilo) che – soprattutto – la ragazza che ha un bel viso solare, sereno, “luminoso”; i secondi, invece, sono cupi, nervosi, tesi. In un’escalation: se l’autista ha ancora dei bei lineamenti, pur nella tensione del ruolo, i personaggi successivi diventano più maturi d’età e dai lineamenti più complessi e duri. A questo aspetto si unisce la prossemica: l’infermiera si gira e indossa i guanti; il dottore si gira e fa altrettanto. L’impressione generale, anziché di fiducia, è paradossale: sembrano minacciosi.
- Le immagini – Una cosa balza subito all’occhio: l’omosessualità non viene mai mostrata. È una scelta coerente col messaggio complessivo dello spot, ovvio, che ruota attorno al concetto di “dubbio”. Ma in uno spot che vuole lottare contro l’omofobia si rischia l’incoerenza, trasmettendo indirettamente un messaggio pericoloso: l’omosessualità è qualcosa da nascondere.
- Il messaggio che si vuole trasmettere – Che, per inciso, è diverso dal messaggio che lo spettatore percepisce: “Non importa che una persona sia omosessuale o eterosessuale”. Che è diverso dal dire “È sbagliato discriminare gli omosessuali”. Non c’è un giudizio etico che condanni l’omofobia, in questo spot: viene detto, semplicemente, che non importa / è superfluo conoscere la sessualità di una persona quando usufruisci delle sue capacità o funzioni. È un messaggio che si ricollega all’ambientazione ospedaliera, all’urgenza.
- Le parole utilizzate per trasmettere il messaggio - La scelta delle parole pronunciate all’interno dello spot è, allo stesso modo degli altri elementi finora analizzati, quanto meno superficiale. Del “Non importa”, e della sua mancanza di valutazioni etiche positive/negative, abbiamo già parlato. Lo stesso slogan, “Nella vita certe differenze non possono contare”, soffre dello stesso bias. Aggiungendo un altro aspetto, quello del buon viso a cattivo gioco: “nella vita” certe differenze non contano, “puoi anche non pensarla così ma non ti conviene”; ricorda, come frase, quelle massime disincantate dei vecchi del paese, che consigliano di abbandonare i bei sogni dell’infanzia perché “nella vita non funziona così”. Paradossalmente, di nuovo, sembra che si strizzi l’occhio all’omofobo: hai ragione, per carità, ma nella vita non puoi permetterti di rendere esplicite le tue idee. Un significato rinforzato dalla ripetizione ossessiva della frase “Ti interessa”, durante lo spot.
L’errore più grosso, nella scelta delle parole, viene fatto proprio nello slogan: “Rifiuta l’omofobia, non essere tu quello diverso”. Il tentativo del pubblicitario è quello di prendere un concetto tipico dell’omofobia (“il diverso”) e rivoltarlo usandolo contro l’omofobo. Tentativo non riuscito, perché – e qui si sfiora l’assurdo, usando la frase “non essere tu quello diverso” si conferma la diversità dell’altro. Non essere TU quello diverso. TU sei quello NORMALE. Anziché neutralizzare il messaggio della diversità, lo si è rafforzato.
Ricapitolando, quindi, il messaggio percepito dallo spettatore è destabilizzante: gli omosessuali sono persone cupe, minacciose, diverse, “sbagliate” (e in maniera obliqua anche “cattive”), ma ci servono. E quando ci servono non importa che siano omosessuali, l’importante è che facciano bene il loro lavoro. Essere omofobi non è sbagliato – l’omofobia non viene mostrata né condannata – ma può andare contro il nostro interesse. Una dottrina molto simile a quella dell’esercito americano, in vigore fino a pochissimo tempo fa (e ancora non sradicata), del “don’t ask, don’t tell”. Fai quello che vuoi con la tua sessualità, ma non farlo sapere in giro. Ma questo messaggio, veicolato da questo spot antiomofobia, non è forse esso stesso omofobo?


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